Furore e bizzarria. I quadroni restaurati del Mastelletta per la cappella dell'Arca di San Domenico

Collana: Percorsi d'arte
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Formato: 21 x 28 cm
Pagine: 64 + Copertina in brossura
Edizione: Ottobre 2001
Lingua: Italiano
A cura di Jadranka Bentini
Illustrazioni: 36 b/n e a colori
ISBN: 978-88-7381-015-2
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Libro cartaceo
18,08
15,37 €
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TRAMA
Testi di Anna Coliva, Maricetta Parlatore, Gian Piero Cammarota

 

Il miracolo dei quaranta annegati e la Resurrezione di Napoleone Orsini furono dipinti da Giovanni Andrea Donducci detto il Mastelletta (Bologna 1575 – 1655) fra il 1613 e il 1615. Le due grandi tele (cm 660 x 640 ciascuna), raffiguranti due miracoli compiuti da San Domenico, erano destinate a decorare le due vaste pareti laterali della cappella del Santo nella Basilica bolognese. La loro storia conservativa – alla quale è dedicata parte della pubblicazione – modernamente prende le mosse dal 1945 quando, a guerra terminata, le due tele giacevano ancora arrotolate all’interno della Basilica, in compagnia di quelle del Tiarini e dello Spada, del Guercino, del Cesi e del Carracci: precauzione che s’era presa, insieme allo smontaggio dell’Arca del Santo, per metterle quanto più possibile al riparo dai bombardamenti. Le loro condizioni non consentivano naturalmente un immediato riappendimento: danni di antica data e recenti – conseguenti forse anche alla mancanza di alcune precauzioni nella frettolosa operazione di arrotolamento – imposero un restauro generale che fu affidato ad Arturo Raffaldini. Un eccellente restauro, quello del Raffaldini, cui però dopo mezzo secolo, s’è dovuto per mano coll’intervento iniziato nell’estate del 2000. E’ ben nota la tecnica personalissima del Mastelletta – artista del tutto eccentrico nel panorama post carraccesco del primo quarto del Seicento – argomento questo che costituisce il tema dello scritto di Anna Coliva. Era la sua, infatti, una tecnica che se non metteva i quadri al riparo di un rapido decadimento, indubbiamente gli offriva la possibilità di dipingere con gesti ampi ed istintivi, ottenendo immagini vibranti, quasi in movimento, perfettamente funzionali alla sua poetica: raggiungere effetti di libertà ed immediatezza assolute, con pennellate fatte di getto e non rifinite. Assoluta vi era, cioè, la mancanza di quei “dotti ricerchi” pretesi invece dallo storico Carlo Cesare Malvasia che pur scrivendone la vita (1678) non gli risparmiò esplicite critiche.

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